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Abolizione delle Province? Certo, ma non così

L'abolizione "selettiva" delle province sembra cosa fatta: ma le modalità scelte sembrano alquanto discutibili

di Duccio

Ebbene, sembra proprio che la stretta finale sulle province sia avvenuta. Tremonti l’aveva teorizzata, Monti l’ha concretizzata: passando per l’azzeramento delle giunte, dal 1° gennaio 2014 l’abolizione “selettiva” delle province verrà definitivamente attuata. O almeno così sembra, non essendo escluso alcun colpo di scena.

E’ la soluzione oppure solo l’ennesimo sbuffo di fumo negli occhi dei cittadini? A ben vedere, le province sono colossi burocratici che il cittadino, prima ancora del bilancio (sempre più lontano dalle esigenze dell’utente finale, il cittdino), non può più permettersi.

Intanto, cerchiamo di comprendere cosa sono le province e a cosa servono.

Con riferimento alle funzioni, le province sono enti locali intermedi che si pongono tra il comune e la regione – ponendosi, quindi, come una sorta di interlocutore tra cittadino e regione –  e sono affidatarie di alcune funzioni che necessitano di un maggior coordinamento per poter essere meglio svolte, in quanto finalizzate allo sviluppo e alla cura di comunità intercomunali (tra le altre, tutela dell’ambiente, realizzazione di opere di rilevante interesse economico produttivo commerciale e turistico, tutela del patrimonio artistico e culturale, prevenzione calamità, pianificazione territoriale). Inoltre la provincia interviene quando il comune non è in grado di svolgere le funzioni amministrative assegnategli.

Per ciò che concerne la loro natura, le province sono enti politico-rappresentativi: quindi gli organo che le amministrano sono scelti dai cittadini attraverso lo strumento delle elezioni (presidente e consiglio, la giunta invece è formata dagli assessori scelti personalmente dal presidente).

Se guardiamo alle funzioni, nessuno potrebbe obiettare nulla, stando che si parla di funzioni che difficilmente potrebbero essere ascrivibili ad un singolo comune o a diversi comuni singolarmente presi e alla necessità di dare un riferimento al cittadino che vuole relazionarsi con ambiti superiori a quelli comunali.

Il discorso è diverso se guardiamo alla natura politico-rappresentativa delle province: consiglio e consiglieri, presidente e assessori, e gli altri organi (vice presidente, presidente del consiglio provinciale, commissioni in seno al consiglio, segretario provinciale, direttore generale). Ed ecco innescarsi gli stessi perversi circoli viziosi di sprechi cui si assiste a livello statale e regionale!

Con il taglio, o meglio, con la cancellazione dalla storia di alcune province, si passerà dalle attuali 110 a 51.

Indici utilizzati? Estensione del territorio e numero di abitanti. Sembra coerente. Ma con gli stessi indici si potrebbe pensare anche di abolire ed accorpare alcune regioni, stando che nel territorio statale sono presenti regioni considerevolmente grandi e popolose (Sicilia, Sardegna, Lombardia, Piemonte) al cui confronto non troverebbero ragion d’essere alcune più “piccoline” (Liguria, Valle d’Aosta, Molise..). Ma con tutta onestà, sarebbe impensabile un ragionamento simile, per varie ragioni (fosse solo per la percezione della regione e per l’autonomia di cui gode).

E la stessa impensabilità vale per le province, anche solo per una questione socio-economica: in qualsiasi provincia si può riscontrare lo sviluppo maggiore del settore primario e secondario nelle periferie; mentre nel capoluogo di provincia e nelle zone limitrofe si può rinvenire un maggiore sviluppo del settore terziario per tutti quegli uffici che devono la loro presenza all’esistenza della provincia (tribunale, prefettura, comando dei carabinieri e della guardia di finanza, questura, comando dei vigili del fuoco, agenzia delle entrate, agenzia del territorio, inps, inail, inpdap…). Un’abolizione ed un accorpamento così strutturato, sic et simpliciter, farebbe venire meno l’equilibrio socio-economico interno che ormai si è strutturato in seno ad ogni provincia e parlare di conversione in tal senso sarebbe alquanto velleitario.

Inoltre, verrebbe meno il contatto diretto possibile tra cittadino e provincia se questa dista a 100 chilometri di distanza (non credo sia necessario un esempio per comprendere il disagio, ma può servire menzionare i disservizi e l’incuria per le strade “provinciali” quando la provincia è geograficamente vicina). Verrebbe, altresì, compromessa la funzione di interfaccia tra cittdini e regione che la provincia svolge o almeno dovrebbe svolgere (il capoluogo che dista 100km dal cittadino che cerca di interagire con la propria regione non è, propriamente, un “incentivo”..).

Altro nodo: il venir meno di alcuni uffici che devono la loro presenza all’esistenza della provincia non aiuta le locali realtà (basti pensare a quei luoghi ad alto pericolo mafioso, in cui l’allontanamento di uffici quali prefettura, questura e comandi non aiuterebbe il territorio; l’allontanamento dei tribunali rischia di far venire meno al cittadino la fiducia – se mai la stesse conservando – nei confronti della giustizia, se si vede costretto a percorrere un numero considerevole di chilometri per far valere un suo diritto).

Per non tacere del fatto che con l’accorpamento molte province si troverrebero costrette ad addossarsi dissesti e debiti (e loro conseguenze) delle provincie accorpate, anche in quei casi in cui la provincia accorpante non versi in condizioni finanziarie floride.

Piuttosto che pensare ad una abolizione o accorpamento, bisognerebbe “ripensare” la struttura e la natura delle province.

Stando alle funzioni, il coordinamento di energie, risorse e attività si rende necessario, ma della natura politico-rappresentativa (l’unica che causa gli sprechi e il costo elefantiaco) potremmo, onestamente, anche farne a meno.

Un’idea potrebbe essere l’abolizione delle province come enti politico-rappresentativi e la loro riqualificazione in semplici circoscrizioni amministrative rette da un rappresentante nominato dal presidente della regione, rafforzando inoltre il ruolo delle regioni nell’ottica di una sempre maggiore autonomia tanto invocata a tutti i livelli di governo. Risultato? Nessun consigliere, presidente, assessore, presidente del consiglio provinciale, direttore generale, segretario provinciale e relativi compensi e  utilità (e sì, le auto blu sono presenti anche in provincia!), nessun ufficio la cui esistenza dipende dalla presenza degli organi precedentemente elencati e relativi costi (segreterie e quant’atro), nessuna consultazione elettorale e conseguenti costi (spese per l’attivazione della macchina burocratica, compenso degli scrutatori e dei presidenti di seggio, rimborso elettorale per i partiti), vengono meno le decine di consulenti esterni e relativi costi.. Tutti costi a cui i cittadini non dovrebbero più far fronte, potendo contestualmente continuare a trovare un punto di riferimento a portata di qualche chilometro e dovendo mantenere solo uffici che si rendono effettivamente utili per amministrare il territorio.

Invece si preferisce accorpare, aumentare l’estensione del territorio e di conseguenza il numero di consiglieri che siederanno in un consiglio necessariamente più ampio: e tanti cari saluti ai veri tagli alla politica.

La scure è vicina e il suo sibilo è pronto ad illudere che qualcosa cambierà in meglio. Ma il governo fa ciò che è meglio per il cittadino, con buona pace di quelle tradizioni e bonarie rivalità tra cittadini di diverse province che si ritroveranno accorpati sotto un unico nome con nulla di positivo in cambio.

Sotto, se volete, potrete dire la vostra commentando.

 

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4 Responses to “Abolizione delle Province? Certo, ma non così” Subscribe

  1. 3 novembre 2012 at 18:16 #

    La questione è abbastanza delicata e soprattutto ricca di corollari inevitabilmente in contrasto tra loro. La tua proposta de “l’abolizione delle province come enti politico-rappresentativi e la loro riqualificazione in semplici circoscrizioni amministrative rette da un rappresentante nominato dal presidente della regione, rafforzando inoltre il ruolo delle regioni nell’ottica di una sempre maggiore autonomia tanto invocata a tutti i livelli di governo” non è affatto spiacevole, anzi mi sembra un ottimo compromesso o, per meglio dire, rispecchia un ottimo bilanciamento tra l’esigenza dei così detti “tagli” per fronteggiare la crisi economica e la sopravvivenza di quel contatto (più tradizional-sociale che economico-giuridico) tra cittadino e istituzioni locali. Viene in rilievo, però, una riflessione di non poco conto (a mio modestissimo parere): entrando per un attimo in quella che è la ratio della riforma, il fine della stessa è il taglio degli sprechi. Si è in presenza di uno “spreco” quando la spesa è eccessiva, inutile e scriteriata; e sopratutto, lo spreco è tale quando venendo meno, il servizio non viene negato del tutto bensì rivisto in ottica più “ragionevole” (e perché no, efficiente ed efficace!). Ebbene, mi duole dirlo, ma in quella che io definisco “quotidianità burocratica”, mi capita di vedere uffici in balìa di chissà quale calamità organizzativa, organico non presente sul posto di lavoro o addirittura sentir dire di interi gruppi di lavoro che non sapendo come trascorrere la giornata lavorativa si dedicano alle aste su ebay! (Roba da far rivoltare nella tomba gli odierni giovani che non sanno come entrare nel mondo del lavoro e che ben presto moriranno come eterni disoccupati..facendo gli opportuni scongiuri!). Per non parlare dell’aspetto delle telecomunicazioni.. (l’unico risparmio ad oggi sicuro è quello delle sim dei dipendenti, così trascurate e soppiantate dal telefono dell’ufficio sempre così ardente!).. Insomma, non possiamo chiudere gli occhi su quanto accade nelle amministrazioni in generale, ma in particolare modo in tutti quegli uffici le cui competenze sono di livello provinciale. Dietro ogni provincia, oltre le spese inerenti l’aspetto politico- rappresentativo, vengono in rilievo una miriade di spese inerenti le risorse immobiliari, informatiche, organiche etc.. Inoltre, per quanto riguarda l’aspetto del disagio che può avere il cittadino messo di fronte a nuove distanze, fisiche o mentali che siano, tra lui e la possibile nuova provincia è sicuramente aspetto rilevante ma non invalicabile; del resto, nelle storiche “grandi” province italiane finora come hanno fatto?
    Il mio auspicio è lo stesso da te esposto, ma considerando, in maniera più pratica che razionale, l’esigenza di recepire risorse economiche, non si può nemmeno biasimare la scelta legislativa.

    • Duccio 3 novembre 2012 at 18:54 #

      Però dimenticando la razionalità ed esaltando, anzi estremizzando la praticità, si tende a dimenticare che il fruitore dei servizi che l’amministrazione (lo Stato) deve offrire è il cittadino e molte riforme ci stanno dimostrando che proprio il cittdino è chiamato a sempre nuovi e forti sacrifici da offrire sull’altare della praticità che talora prende il nome di stabilità, talaltra di debito pubblico ovvero di Unione europea, moneta e via dicendo.
      Poi dovrebbe essere proprio la praticità a far comprendere che lo spreco non sta nell’ente ma nella sua natura e organizzazione: quelli che ho esposto nell’articolo sono solo i risparmi più visibili che si otterrebbero attraverso la “rilettura” delle province. Ma anche in nome della praticità, il timore di alterare lo status quo è tangibile ed infatti si preferisce azzerare le province “anonime”, che per forza di cose sono quelle più piccole, a prescindere se queste siano virtuose o davvero inutili zavorre finanziarie (visto i criteri utilizzati che guardano solo alle dimensioni), permettendo che lo spreco contnui ad imperversare tra i corridoi e nelle aule consiliari sempre più affollate delle future “megaprovince”. E dire che la cronaca è colma di casi di gravi sprechi che vede come protagoniste quelle megaprovince destinate a restare e ad espandersi..

  2. Tina 2 novembre 2012 at 10:30 #

    Taglio agli sprechi?? forse sarebbe meglio chiamarlo “nuova configurazione di sprechi esistenti”.
    La tanto paventata riorganizzazione dell’assetto amministrativo, in un contesto già pesantemente turbato da mille e mille problemi, non farebbe altro che accrescere disservizi e destabilizzare quei pochi punti di riferimento che un cittadino ha (o meglio crede di avere).
    In quest’ottica sarebbe meglio, come hai giustamente detto, una ridefinizione dei confini provinciali, cercando di avvicinare quanto più possibile il capoluogo di provincia (che in ogni caso resta sempre un punto di riferimento essenziale) alle realtà paesane.
    Per non parlare del come verranno riallocati i dipendenti che, ad oggi, sono impiegati negli uffici e in tutta la burocrazia provinciale. Licenziamenti?Nuova località di lavoro (con tutto quello che ne conseguirebbe a livello familiare)? Riassegnazione in uffici con competenze e mansioni diverse (e i costi di formazione saranno a carico di chi?).
    Semplice dire tagliamo i costi, ancora più semplice sarebbe lasciare tutto com’è.
    Sarebbe economicamente più vantaggioso rendere un sistema esistente più efficiente piuttosto che stravolgerlo per iniziare di nuovo tutto da zero.

    • Duccio 2 novembre 2012 at 12:14 #

      Il fatto è che certe cose, una volta esistenti,non le puoi rimuovere senza causare tutta una serie di dissesti organizzativi e disservizi (già presenti a iosa): bisogna, amio avviso, solo “rileggere” la natura di questi enti. Vai a spiegare alle singole province che la loro istituzione è stata un errore ed ora devono pagare le conseguenze di errori commessi da altri. Lo spreco non sta nell’ente in sè, ma nella sua natura giustificata con la necessità di garantire scelte democratiche: peccato che ci ricordiamo di questo sistema democratico della provincia solo quando andiamo a votare. A livello statale e comunale ci sta, ma la provincia deve solo essere un raccordo ed un riferimento per lacollocazione degli uffici statali veramente importanti ed indispensabili per il cittadino.

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