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Giulio Andreotti: luci (acclamate) e ombre (conclamate) di una enigmatica figura

Indubbio definire la figura di Giulio Andreotti quale momento storico imprescindibile per comprendere l'Italia repubblicana, una comprensibilità deficitaria di ciò che ha portato con sè e (forse) ormai irrecuperabile.

Indubbio definire la figura di Giulio Andreotti quale momento storico imprescindibile per comprendere l’Italia repubblicana, una comprensibilità deficitaria di ciò che ha portato con sè e (forse) ormai irrecuperabile.

Di Duccio

Forse ai più è parsa più una bufala che una notizia la morte di Giulio Andreotti, sempre più protagonista di vignette satiriche attente a puntualizzare come il senatore a vita stesse vedendo passare a miglior vita tutti i protagonisti suoi coevi. Stava quasi diventando l’emblema di una improponibile eternità, con buona pace della sua salute cagionevole e quel fisico lontano dagli standard dell’indistruttibilità. Eppure è così, Giulio Andreotti è morto, nonostante c’è chi si ostina a voler aspettare il terzo giorno per maggiore e definitiva sicurezza sullo stato delle cose.

Il “principe della diplomazia”, un redivivo cardinale Richelieu capace di tessere trame ed intrighi politici di finissimmo acume, emblema di una politica del compromesso (rectius, inciucio – per tenere il passo con i tempi), un baluardo dello scudo crociato capace di tenere governo anche col Partito comunista italiano e di dar vita al Pentapartito. Due i volti a lui attribuibili, entrambi in relazione alle esperienze e alle vicende che gli si possono accostare, luci acclamate da ogni dove ed altrettante ombre conclamate che hanno reso tale esile e goffa “profil à la silhouette“, a dispetto della satira più di burla che di arguzia, un enigma depositario delle risposte agli interrogativi mai del tutto sciolti.

Segretario del Consiglio dei Ministri (1947-1954), Ministro dell’interno (1954), Ministro delle finanze (1955-1958), Ministro del tesoro (1958-1959), Ministro della difesa (1959-1966), Ministro dell’industria (1966-1968), due volte Presidente del Consiglio dei Ministri (1972, 1972-1973), nuovamente Ministro della difesa (1974), Ministro del bilancio (1974-1976),  tre volte volte Presidente del Consiglio dei Ministri (1976-1978, 1978-1979, 1979), Ministro degli esteri (1983-1989),  nuovamente Presidente del Consiglio dei Ministri per altri due mandati (1989-1991, 1991-1992, dal 1991 senatore a vita). Sempre all’esecutivo, da regista o da titolare di un dicastero, ma sempre ed interrottamente all’interno del Governo, l’organo a cui più di ogni altro è attribuita l’azione, con le mani sempre “in pasta” nelle dinamiche dell’esecutivo, motivo questo che lo ha portato a segnare un solco profondo nella storia politica, e non solo, dell’Italia repubblicana. Senza dimenticare che è stato uno dei padri costituenti (rimane solo Emilio Colombo, suo collega di scudo). Questo il primo volto, quello dell’uomo politico, dell’uomo delle istituzioni, uno degli artefici del boom economico.

Durante il suo periodo si sono susseguite parecchie vicende le cui dinamiche (e a volte anche i responsabili) sono rimaste celate dietro mille silenzi e negazioni. La strage di Piazza Fontana (1969), le vicende di Lotta continua e l’omicidio Calabresi (1972, fu Giulio Andreotti successivamente ad ammettere innanzi la Commissione parlamentare stragi l’esistenza di un’organizzazione militare nell’organizzazione di nome Gladio), la strage di Piazza della Loggia (1974), le Brigate Rosse e il sequestro e l’omicidio di Aldo Moro (1978), l’omicidio Pecorelli (1979), le stragi di Ustica e di Bologna (1980), l’assassinio del generale che sconfisse le Brigate Rosse e prefetto di Palermo Carlo Alberto Dalla Chiesa (1982), la strage di Fiumicino (1985), la strage di Capaci e di via D’Amelio dove persero la vita gli eroi Falcone e Borsellino (1992), l’omicidio di Salvo Lima che compromise la sua elezione al Colle (1992) (dalle dichiarazioni dei pentiti poi si apprenderà che l’omicidio aveva lo scopo di colpire prorpio Giulio Andreotti). Tutte vicende accomunate da sinistre presenze di società segrete, servizi segreti devianti e Cosa Nostra, e sullo sfondo un’ombra mai compresa di un uomo curvo ed esile il cui apporto o meno non è mai stato possibile quantificare esattamente. Il suo secondo, ed inquietante, volto.

E a nulla valsero due processi storici, quello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa e quello di Perugia per l’omicidio Pecorelli, entrambi incapaci di appurare se e, nel qual caso, in che modo il coinvolgimento di Giulio Andreotti avesse un peso specifico in tutto questo. Nel processo di Palermo viene assolto in primo grado perché quanto acquisito non consente di provare pienamente il fatto, sentenza confermata in appello per poi la Cassazione dichiarare provato ma prescritto il reato di associazione per delinquere fino al 1980 e il reato di concorso esterno in associazione mafiosa dal 1980 in poi, con la precisazione dei magistrati sul dubbio che avvolge i rapporti di Andreotti con Cosa Nostra ed in particolare con alcuni suoi esponenti di spicco (Bontade, Ciancimino e i cugini Salvo). Nel processo di Perugia viene addirittura condannato in grado d’appello a 24 anni di reclusione insieme al boss di Cosa Nostra di Cinisi (e dopo si scoprirà membro della “cupola”) Gaetano Badalamenti (in primo grado era stato richiesto l’ergastolo), ma la Cassazione annullerà la sentenza.

Avanzare un giudizio di valore sarebbe troppo facile: facile definirlo insigne statista e facile definirlo conclamato mafioso, troppo ampia la prospettiva da analizzare e troppo complesse le variabili. Meglio allora lasciare questo compito alla storia, citando quanto detto da Giorgio Napolitano che, pur riconoscendo la sua statura politica e istituzionale, non nega e non trascura le non segrete questioni oscure («Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico. A me spetta in questo momento rivolgere l’estremo saluto della Repubblica a una personalità che ne ha attraversato per un cinquantennio l’intera storia, che ha svolto un ruolo di grande rilievo nelle istituzioni e che ha rappresentato con eccezionale continuità l’Italia nelle relazioni internazionali e nella costruzione europea».). Una sorta di manzoniano “ai posteri l’ardua sentenza”. E non a caso Manzoni si espresse in questi termini in riferimento ad un certo Napoleone Bonaparte, anch’egli fine politico capace di influenzare e dare una direzione piuttosto che un’altra al suo secolo.

Quello che più importa, a questo punto, è che il fu Giulio Andreotti porta con se un patrimonio conoscitivo imprescindibile per comprendere le troppe vicende di un Paese dove la verità è un miraggio assai offuscato, dove le istituzioni sono state immerse tra associazioni segrete (P2), organizzazioni paramilitari (Gladio), servizi segreti devianti e presunti (ma verosimili) accordi con la criminalità organizzata. E se è solo una fandonia l’esistenza di un personale archivio segreto in cui Andreotti ha riposto tutta la documentazioni su quanto detto sopra e non solo, possiamo anche metterci l’anima in pace (ammesso che, se esistesse, il materiale verrebbe divulgato). Licio Gelli, maestro venerabile della loggia P2, la stessa loggia massonica segreta sciolta con atto legislativo e che ha influenzato la vita politica e istituzionale di un Paese (e non solo) tra gli anni ’70 e ’80, ha affermato che «Andreotti ha fatto il suo dovere, ha usato i segreti per dare il benessere al popolo. I segreti li aveva, e se li è portati con sé. Chi è un uomo se li porta dietro…». Ma un’affermazione di questo rango non fa altro che mischiare le luci e le ombre, con il risultato di una insopportabile penombra che, probabilmente, ricopre troppe fredde coltrici.

Indubbio definire la figura di Giulio Andreotti  quale momento storico imprescindibile per comprendere l’Italia repubblicana, una comprensibilità deficitaria di ciò che ha portato con sè e (forse) ormai irrecuperabile. Una storia come tante altre del Paese delle mezze verità.

giulio-andreotti

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Duccio, classe ’89. Ha conseguito la maturità classica nel 2008 e la laurea in giurisprudenza nel 2013. Coordina il Blog di cui è ideatore e amministratore http://facebook.com/liberaopinio

One Response to “Giulio Andreotti: luci (acclamate) e ombre (conclamate) di una enigmatica figura” Subscribe

  1. 10 maggio 2013 at 19:25 #

    Impeccabile come sempre. I miei complimenti Andrea. Condivido in pieno l’analisi di questa figura: una medaglia dalle facce, forse, entrambe eterne sconosciute al popolo italiano.

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