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Essere o non essere Charlie Hebdo?

L'identificazione con Charlie Hebdo e con il suo discutibile modo di fare satira è veramente necessaria per aborrire e deprecare la vile azione stragista e sostenere la libertà di espressione? O fa solo tendenza?

L’identificazione con Charlie Hebdo e con il suo discutibile modo di fare satira è veramente necessaria per aborrire e deprecare la vile azione stragista e sostenere la libertà di espressione? O fa solo tendenza?

di Duccio

La strage del Charlie Hebdo ha colpito tutti.  La viltà e l’arroganza del gesto si commentano da sé, senza star li tanto a ripercorrere con tante, diverse ed inutili parole quanto è successo. Il dolore per quanto accaduto è immenso, lo sgomento incontenibile.

Tuttavia, come ogni volta che un evento di sangue si abbatte nella quotidiana tranquillità (se può più parlarsi di tranquillità), si è indotti ad avallare i moti passionali di chi esterna la propria opinione nel modo più affabile e politicamente corretto possibile.

#JeSuisCharlie. Questa il modo in cui è stata dimostrata la vicinanza a chi ha perso la vita in modo tragico ed ingiusto e alla popolazione francese (vittima della strage è la Francia tutta). Però bisogna credere in quel che si dice e per credere in quel che si dice bisogna conoscere. Siamo proprio sicuri che vogliamo identificarci nel Charli Hebdo?Il Charlie Hebdo è una rivista, ufficialmente, di satira. Una satira, però, un po’ troppo forte per essere definita soltanto quale semplice satira. La satira è irriverente, sbeffeggiatrice. Ma una cosa è l’irriverenza, un’altra la becera volgarità fine a se stessa. Ed il Charlie Hebdo era ed è solito andar giù pesante con le vignette, trascendendo l’irrisione con vignette che a volte poco avevano di satirico. La satira ha una precipua funzione: ridicolizzare con comicità o sarcasmo per perseguire fini moralistici. L’irriverenza dunque è finalizzata: deve indurre alla riflessione.

castigatLa satira, come diceva il poeta francese Jean de Santeuil, “castigat ridendo mores”, ossia corregge irridendo i costumi e le abitudini, in particolare i difetti e vizi umani. Se vien meno l’induzione alla riflessione, viene meno un elemento strutturale della satira, dovendosi quindi parlare semmai di altro genere.

Il Charlie Hebdo sforna roba di cattivo gusto. Molte delle sue vignette terminano per essere delle autentiche offese gratuite alla comune o diffusa sensibilità religiosa-morale-culturale (non occorre fare esempi in merito, chi vuole può fare le sue ricerche in rete..). Per non tacersi che la “democraticità” dell’irriverenza è stata messa a dura prova dopo il licenziamento del vignettista Siné per antisemitismo: se si tratta di satira, dove sta l’antisemitismo? Oppure l’argomento satirico vale come salvacondotto solo per alcuni destinatari dell’irriverenza (quasi come quello che è accaduto al calciatore Mario Balotelli, che con la frase – di dubbia offensività – “salta come un nero e raccoglie soldi come un ebreo” riferendosi a SuperMario Bros è stato multato per antisemitismo: nulla da ridire, invece, per il “salta come un nero”…ma questa è un’altra storia). Come si suol dire, ci sono figli e figliastri.

Potrebbe quindi sostenersi con tranquillità #JeNeSuisPasCharlie.

In uno slancio di perbenismo, lo stesso che ha indotto buonissima (in senso quantitativo, si intende (questo è un esempio di satira..)) parte del web e dei media a dimostrare la propria vicinanza alle vittime identificandosi con il giornale attraverso quel #JeSuisCharlie, qualcuno dirà che si sta cercando di giustificare la strage. Per costoro: c’è differenza tra l’aborrire e deprecare ciò che è accaduto, inorridendo per la morte ingiusta di quelle persone per mano di vili terroristi, e l’identificarsi con qualcuno o qualcosa che offende il proprio credo o le proprie convinzioni o la propria morale. Qualunque essa sia, cristiana, islamica o ebraica..

hall

Per chi, invece, sostiene che l’hashtag è funzionale a manifestare l’intoccabilità della libertà di espressione a prescindere da ciò che il Charlie Hebdo pubblica: la libertà di espressione è sacra, ma non è imprescindibile l’identificazione in qualcosa in cui non si crede o, peggio, non si conosce. Vale la pena citare Evelyn Beatrice Hall, nell’asserzione – erroneamente attribuita a Voltaire – che è diventata l’esempio di cosa sia la libertà di espressione e sul dovere di difenderla: “Disapprovo quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo“. Nella difesa del diritto di espressione, non c’è necessariamente né approvazione né identificazione, soltanto la necessità di difendere comunque un diritto sacro. Praticamente quanto sintetizzato con acume in un tweet Dyab Abou Jahjah, scrittore di origine libanese e musulmano:ahmed

Io non sono Charlie, sono Ahmed, il poliziotto morto. Charlie Hebdo metteva in ridicolo la mia fede e la mia cultura e io sono morto per difendere il suo diritto di farlo“.

Ad ogni buon conto, con ciò non si critica l’uso del #JeSuisCharlie: semmai si contesta l’uso acritico di un hashtag e la conseguente identificazione in un qualcosa che non si conosce. Sfido a condurre un’indagine statistica: ormai tutti sapranno cos’è il Charlie Hebdo, ma ancora la maggior parte che ha riempito le proprie bacheche dell’hashhtag di tendenza  non conosce la mission dalla rivista. Chi invece ha utilizzato l’hashtag sentendola dentro, conoscendo l’attività del Charlie Hebdo e approvandola è stato semplicemente coerente e non uno dei tanti adepti della tendenza del momento, disposto ad identificarsi in ciò che non lo rappresenta pur di apparire solidale. La scelta dell’hashtag sia consapevole

#JeNesSuisPasCharlie


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