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Giorgio Napolitano: un Quirinale bis che scotta

Giorgio Napolitano, ossia "Re Giorgio dei due mandati": un atto di responsabilità nel contesto più nero della storia italiana dal Secondo conflitto mondiale.

Giorgio Napolitano, ossia “Re Giorgio dei due mandati”: un atto di responsabilità, nonostante tutto, nel contesto più nero della storia italiana dal Secondo conflitto mondiale.

di Duccio

Come i risultati delle elezioni hanno manifestato lo stato della politica italiana, tra aspettative e presunti castighi divini (vedi qui), anche l’elezione del Capo dello Stato non può che fare riflettere sulla necessità che la politica torni ad essere accordo e diplomazia, altrimenti non si va da nessuna parte.

L’ostruzionismo a 5 stelle ha trovato il suo naturale epilogo proprio nell’elezione della prima carica dello Stato: nessun astio per Rodotà, ci mancherebbe, ma se Marini viene accantonato, non si comprende perché avrebbe dovuto trovare spazio Rodotà. Le due coalizioni di vertice di centro-destra e di centro-sinistra avevano trovato proprio in Marini la soluzione condivisa, l’ampia intesa tanto attesa ma è stato proprio quest’ultimo, suo malgrado, a far venire al pettine tutti i nodi di un Partito Democratico nato più per volontà di vertice che di base. I franchi tiratori del partito di (risicata ma sempre) maggioranza hanno messo in seria discussione la tenuta di quello che sarebbe (forse) stata la compagine di governo. Archiviato il caso Marini, il Partito Democratico, in barba alle ampie intese, verte su Prodi e il risultato è catastrofico, nonostante si trattasse della quarta elezione e quindi non fosse più necessaria la maggioranza qualificata. Ed è proprio sul pupillo del centro-sinistra che la coalizione vincitrice delle elezioni politiche 2013 perde tutta la sua credibilità: i franchi tiratori, come si è detto, hanno consegnato un risultato che, già avvolto dai più cattivi presagi per le intese venute meno con il centro-destra, ha portato la dirigenza del Partito tanto voluto da Veltroni & Co. – ma non dalla base, è giusto ribadirlo per comprendere quello che è successo – a fare un passo indietro (e non va taciuta la coerenza delle conclusioni di Bersani, una volta tanto).

napolitano-giorgio1Ed ecco che i partiti, in un impeto di responsabilità (sottrarre dalla somma i grillini) riscoprono cos’è la diplomazia e corrono a Canossa, intonando un disperato De profundis, dove ad attenderli però non c’è la Grancontessa Matilde, bensì Giorgio Napolitano, quel “Re Giorgio” omaggiato, a torto o a ragione, dal New York Times nel novembre 2011, quel dirigente del vecchio Pci che ormai da tempo ha dismesso le vesti da “compagno”.

Non possono essere dimenticate le sue dichiarazioni sulla indisponibilità per un ulteriore settennale. Ma le cose si complicano: non solo non si riesce a trovare l’intesa per formare il governo, ma neppure sulla prima carica dello Stato i partiti riescono a trovare un accordo. E considerando che il Presidente della Repubblica dovrebbe essere l’espressione di una volontà il più possibile condivisa (se ne facciano una ragione i grillini se Rodotà non poteva essere preso in considerazione con i suoi scarsi 250 voti), la situazione non era da sottovalutare. Giorgio Napolitano poteva passare la patata bollente ad un altro malcapitato, in fondo il suo dovere l’aveva atteso, nel bene e nel male. Oppure, con malignità, poteva anche appellarsi al senso di coerenza tra le sue parole e le sue azioni: aveva detto che non avrebbe accettato un secondo mandato. Invece, tra patate bollenti e sicure accuse di incoerenza, Giorgio Napolitano accetta la volontà  dei partiti, gli stessi partiti che il popolo ha votato lo scorso febbraio: accetta la volontà del popolo sovrano.

Non si vuole certamente svolgere un encomio ad un certo non infallibile Giorgio Napolitano criticabile a più riprese (per i lati più discutibili del suo settennale – sulla base delle informazioni che il cittadino può ricevere, sia chiaro! – assolutamente da leggere un articolo de Il Fatto Quotidiano, qui), ma va sottolineato che a quasi novant’anni, Giorgio Napolitano si è messo in gioco in uno dei momenti più difficili che l’Italia affronta dal Secondo conflitto mondiale: poteva benissimo godersi la sua pensione d’oro, ma ha preferito la responsabilità e il senso civico. Non gli toccherà fare il Capo di Stato da cerimonia, gli spetteranno decisioni difficili e la ricerca delle soluzioni migliori. Per il resto potrà essere criticabile (ogni uomo è fallibile), ma di certo non un irresponsabile. E che non è un irresponsabile lo ha latamente dimostrato con la scelta impopolare di non “staccare la spina” al governo Berlusconi permettendo l’avvento del governo tecnico (in cui, ahinoi!, mai il machiavelliano fine che giustifica i mezzi ha trovato più ampia applicazione pratica). Della serie: la politica è anche scelta impopolare. Una scelta impopolare che ha permesso di risanare i conti (ma che, francamente, racchiudeva la speranza per qualcosa di più) e di evitare lo stallo che stiamo vivendo oggi in un momento ancora più critico, quello di due anni fa. In un periodo di antipolitica (perché l’antipolitica è la cattiva politica che da tempo stiamo subendo e non la tanto acclamata soluzione, se il senso delle parole non appartiene alla libera interpretazione), un atto di responsabilità fa chiasso. Ed è giusto che abbia la giusta  risonanza. Adesso ogni sua scelta avrà un peso doppio, un rischio ulteriore. Un mandato che scotta.

“God save the Queen!” acclamano gli inglesi. A noi, nella consapevolezza che nelle mani di Napolitano, oggi più che mai, passerà la sorte dell’Italia, non ci resta che augurare “Dio illumini Re Giorgio!”.

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Duccio, classe ’89. Ha conseguito la maturità classica nel 2008 e la laurea in giurisprudenza nel 2013. Coordina il Blog di cui è ideatore e amministratore http://facebook.com/liberaopinio

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