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#5. Il finanziamento pubblico ai partiti: il rimborso elettorale

- Quinto articolo della Rubrica Elezioni politiche 2013 - Tutti lo criticano, oggetto ambito, abusato e distratto dalle sue finalità dai partiti: il finanziamento pubblico, ossia il rimborso elettorale ai partiti tra luci soffuse e ombre estese.

Tutti lo criticano, oggetto ambito, abusato e distratto dalle sue finalità dai partiti: il finanziamento pubblico ai partiti tra luci soffuse e ombre estese.

di Duccio

[Quinto articolo della Rubrica Elezioni politiche 2013]

Come è stato fatto per gli articoli sulla legge elettorale (vedi qui e qui), anche per il finanziamento pubblico ai partiti si preferisce dividere l’argomento in due articoli: il primo, questo, sulle ragioni del finanziamento pubblico, il secondo sul meccanismo e il funzionamento del rimborso elettorale. Per comprendere come i partiti percepiscono fondi che ci appartengono.

Gli scandali legati al rimborso elettorale sono molteplici e dimostrano che nessun partito può asserire la propria estraneità al fenomeno. Capitali investiti all’estero, fondi usati per fini personali, immobili sparsi qua e là, non sono di certo mancati alla cronaca esempi sull’uso distorto del rimborso elettorale. E nonostante, di volta in volta, i vertici dei partiti abbiano cercato di prendere le distanze da chi “amministrava” i proventi dei rimborsi elettorali, ci sembra davvero arduo lo sforzo di credere che certe operazioni avvengano senza il tacito consenso/accordo di chi tiene tra le mani il timone del vascello.

Ma cos’è il finanziamento pubblico ai partiti? Tutti ne parlano, alcuni lo conoscono, molti ne hanno solo un’idea. Tanto nei bar, quanto nei media (la differenza va ogni giorno assottigliandosi) si suole parlare di finanziamento pubblico ai partiti e di rimborso elettorale come se fossero la stessa cosa. Un errore non di poco conto. Infatti, il finanziamento pubblico ai partiti è qualcosa di più esteso che comprende anche il rimborso elettorale.

Previsto dalla legge 195 del 1974, più volte rivista da successive leggi, prevedeva il contributo per l’attività ordinaria svolta dal partito e il rimborso delle spese elettorali sostenute dai singoli partiti per la partecipazione alle elezioni, oltre alla pubblicazione tramite iscrizione a bilancio dei contributi provenienti dai privati se ingenti. finanziamento pubblicoLa ragione del finanziamento pubblico è tutt’altro che banale: la nostra Costituzione afferma il diritto di tutti cittadino di associarsi in partiti politici per partecipare alla determinare della politica nazionale (è l’articolo 49 ad affermarlo). Quindi, attraverso il finanziamento pubblico si voleva evitare che i partiti fossero espressione soltanto di alcuni cittadini, quelli che potevano e avevano la fortuna di disporre del denaro necessario a far fronte alle spese che l’attività politica comporta, restando fuori dalla vita e dalle dinamiche politiche chi invece non disponeva di tale ricchezza col rischio dell’affermazione di una sorta di plutocrazia, il potere appannaggio dei soli “ricchi”. Quindi l’esigenza di  garantire la parità di trattamento affermata sempre dalla Costituzione (all’articolo 3). Inoltre, la determinazione della politica nazionale è stata interpretata come una funzione di interesse pubblico, motivo per cui i partiti, che concorrono in tale determinazione, rientra tra le attività da finanziare pubblicamente.

bananepetrolio_barileMa il più intimo intento della legge era quello di arginare il rischio che i partiti divenissero strumento dei finanziatori privati (della serie, chi mette il denaro comanda e chi lo riceve obbedisce), fugando collusioni economiche o criminali che avrebbero distorto il fine stesso della politica: la cura dell’interesse comune. Si voleva quindi scongiurare l’asservimento della politica agli interessi individuali (allo stato, obiettivo mai raggiunto). Furono, infatti, una serie di scandali a preparare la strada alla legge sul finanziamento pubblico ai partiti, due in particolare: lo scandalo Trabucchi, senatore della DC che nel 1965 aveva propiziato il monopolio di Assobanane, una società che lavorava nel mercato delle banane, e lo scandalo dei petroli del 1974 che riguarda i favori elargiti all’Enel da alcune compagini politiche come DC e PSI. Storie di corruzione, insomma. Ma la legge non sortisce gli effetti desiderati e la politica continua il suo macabro connubio con gli interessi di parte (due esempi per tutti: il caso Sindona, banchiere  che deviò ingenti somme di denaro – si parla di miliardi di vecchie lire – nelle casse della DC e nel finanziamento delle campagne elettorali di alcuni politici, e lo scandalo dei finanziamenti in nero ad opera di Italcasse). E nonostante ciò non si esitò, all’indomani del fallimento del referendum abrogativo di tale legge negli ultimi anni ’70, ad aumentare le somme dirette ai partiti a titolo di finanziamento pubblico

tangentopoliCon l’avvento dello scandalo di Tangentopoli (conosciuto anche come Mani Pulite, dal nome dell’inchiesta condotta dal pool di inquirenti della Procura della Repubblica di Milano), l’indignazione  dei cittadini tocca livelli elevati: il referendum proposto dai Radicali nel 1993 abroga i contributi per l’attività ordinaria dei partiti con il 90% degli elettori a favore, rimanendo in vita il solo rimborso elettorale.

rimborso elettoraleResta così in vigore il finanziamento pubblico in relazione al solo rimborso elettorale, ritoccato più volte all’indomani del referendum e oggetto di un ennesimo intervento nel 2012. Detto rimborso è un contributo erogato pubblicamente ai partiti per il rimborso delle spese sostenute per la partecipazione alle elezioni politiche, europee e regionali. La ragione dei rimborsi restava invariato: elidere ogni collusione con le lobby economiche e con le organizzazioni malavitose, garantire la partecipazione a tutti i cittadini anche se sprovvisti di risorse. Ma se il fine è apprezzabile, le modalità di erogazione tutt’altro. Il rimborso si basa non sulle spese effettivamente sostenute dai partiti durante la campagna elettorale, ma sugli iscritti alle liste elettorali (compresi i non votanti) e viene erogato annualmente per la durata normale della legislatura – 5 anni – anche nel caso in cui la legislatura dovesse durar meno (regola abrogata solo nel 2011). Dopo l’intervento del 2012, sulla scia degli ultimi scandali che hanno visto protagonisti i tesorieri dei partiti (e gli stessi partiti) interessati a far tutto meno che gestire con coerenza e legittimità i fondi ricevuti, il rimborso elettorale è stato dimezzato e viene istituita una commissione di magistrati preposta ad un più severo controllo volto a garantire una maggiore trasparenza sulla gestione del rimborso elargito.

punto interrogativoMorale della favola? Urge una riforma organica e seria del rimborso elettorale perché non sono i fini deprecabili ma il malcostume radicato nella società italiana che si riflette nella furberia congeniata nella sua erogazione. Un malcostume che fa insorgere chi, giustamente, propugna la totale abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, divenendo punto di forza di alcuni programmi politici di questa campagna elettorale. Anche se, a lungo andare, una totale abolizione comporterebbe soltanto un ritorno al passato, con l’emersione dei partiti dell’800, quelle associazioni definite “partiti dei notabili”, dei ricchi, dei soli in grado di finanziare l’attività che coinvolge i partiti nelle dinamiche elettorali e che modellavano uno Stato in base alle sole loro necessità. Per poi potenziare le vecchie e sempre presenti collusioni tra partiti e organizzazioni imprenditoriali, finanziarie o criminali che si pongono come principali finanziatori, con le conseguenze del caso. Forse sarebbe più accettabile un rimborso elettorale ancorato alle spese effettivamente sostenute dai partiti durante la campagna elettorale, un tetto tutt’altro che generoso alle spese concesse ai partiti durante le campagne elettorali oltre il quale non viene erogato il rimborso se non per la soglia coperta, controlli più rigorosi affidati ad autorità esterne ed obblighi di trasparenza più stringenti con un irrigidimento della reazione penale. Forse le soluzioni ci sono e tale strumento potrebbe davvero diventare garanzia di imparzialità e di legalità della vita del partito, del partito che invece di distrarre quanto gli è stato erogato potrebbe utilizzarlo per impegnarsi nel sociale quando non tirano i venti delle elezioni.

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Duccio, classe ’89. Ha conseguito la maturità classica nel 2008 e la laurea in giurisprudenza nel 2013. Coordina il Blog di cui è ideatore e amministratore http://facebook.com/liberaopinio

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